Discorso tenuto dalla fondatrice e direttrice di Cassiopea Tenerezza Fattore in occasione della cerimonia per il 15° anniversario della scuola

Insegnare è un atto del cuore, prima che di conoscenza o tecnico.

Ho fatto Cassiopea perché volevo restare a scuola. Io sono andata a scuola dalle suore e alla scuola che ho frequentato devo tantissimo. Ero una bambina musulmana - cosa ci facevo dalle suore chiedetelo ai miei genitori - eppure ero là. Potevo essere l'ultima degli ultimi, assolutamente fuori da ogni schema e ogni regola. Non era affatto una cosa normale allora. E invece ho trovato in quella scuola un mio grande spazio di libertà. Sono stata vista e sono stata ascoltata nel profondo. Nel momento in cui ho manifestato la mia passione e il mio desiderio verso il teatro, le suore mi hanno dato le chiavi del teatro della scuola. Ricordo la suora che ci asciugava i capelli all'ingresso quando pioveva. La scuola è stata quindi per me un luogo in cui sei ascoltato nei tuoi sogni, nei tuoi bisogni. Quando è finita ho avuto il bisogno di costruirne un'atra. E qui l'origine e il senso del metodo che stiamo usando. Altrimenti poteva essere Grotowsky o Stanislavskiy. E invece è una scuola olistica. Che vuole radunare tutti gli insegnanti che oltre la tecnica hanno da donare qualcosa in più, un po' di poesia, farti innamorare delle cose. 

Il mio maestro

Conobbi Michele Francis perché si fidanzò con mia cugina e iniziò a venire a casa mia. Dai 12 ai 14 anni ho passato notti intere accanto a lui mentre aggiustava i nastri audio con le registrazioni per gli spettacoli sul revox. Michele veniva dalla scuola di Carmelo Bene, aveva fatto teatro sperimentale e aveva il gusto per le voci amplificate. Ho ascoltato per notti intere attori strepitosi che avevano inciso personaggi, poesie, scene.

Iniziai ad andare ai suoi spettacoli, ma siccome mia cugina non mi portava feci amicizia con il tecnico e andavo con lui. Così assistevo allo spettacolo dalla sua postazione e lui mi spiegava le cose di teatro. Mi diceva: “guarda come faccio a fargli partire l'applauso”, e sfumava la musica. I miei veri maestri sono stati loro.

Fu Michele a consigliarmi l'accademia dove lui faceva le prove. E io invece di seguire le lezioni, che non mi stimolavano affatto, mi infilavo in sala prove. Lui mi diede l'occasione di fare il monologo di Antigone. Finiva le prove e mi sentiva questo pezzo. Avevo 15-16 anni e mi disse: “il 28 maggio siamo in Svizzera, se vieni quel giorno al Kursaal di Locarno ti faccio andare in scena”. Costrinsi mio padre a guidare fino a lì. E Michele fu di parola, chiese alla protagonista di far fare a me il monologo.

Il primo spettacolo che ho messo in scena è stato “Spirito allegro”. Io facevo Carlo, un uomo, e dovetti fasciarmi le tette e tagliarmi i capelli. Simbolicamente fu come un ingresso nel noviziato. Quando hai la passione non ti ferma nessuno.

La compagnia di Michele, Il Carro di Tespi, era una delle ultime compagnie che lavorava a repertorio. Andavamo in giro per l'Italia e facevamo gli spettacoli che ci venivano richiesti. Spesso nelle scuole. L'esperienza profonda che mi lega a lui e alla sua compagnia non riguarda soltanto le regole del palcoscenico – ritmo, credibilità, connessione – ma anche e insieme il valore umano e sociale che il teatro aveva sul pubblico di studenti. Portavamo Eschilo o Eliot davanti a platee di 800 ragazzi di un istituto tecnico, tutti maschi, portati a calci peraltro. Era una sfida incredibile. Michele Francis non diceva mai a questi ragazzi “dovete ascoltare, dovete fare silenzio”. Lui ingaggiava dei dibattiti, li chiamava a parlare sui contenuti. Si parlava di politica, di famiglia, di cultura, di sesso. E una volta creato questo dialogo lo spettacolo ricominciava in un silenzio profondissimo in cui per noi attori le battute che pronunciavamo ogni giorno riprendevano un nuovo significato. Le parole chiave si facevano strada da sole, il peso all'interno delle battute si ridistribuiva. La grande scuola del qui ed ora, e della sua connessione con il valore politico e civile del treato. 

Il primo gruppo di allievi

Arrivo al liceo Ugo Foscolo di Albano. Ho imparato da quel gruppo ad insegnare. Non c'era tantissima differenza di età tra me e loro. Attraverso la loro curiosità, la loro apertura mentale, il loro talento, i loro feedback io mi sono formata, ho capito cosa serviva, sono stata costretta ad evolvermi. Devo tutto quello che so fare in classe a loro. E' stato con loro che ho fatto le prime sperimentazioni sui chakra, nel seminario che tenni un'estate sulle linee di energia. Quando al licelo classico non ci fu spazio per noi, furono loro a darmi la forza per chiamare un'agenzia immobiliare e iniziare a cercare uno spazio.

La nascita di Cassiopea

Mi sono messa a cercare un posto che potesse ospitarci. Quando trovai la sede di via di muro bianco, dove poi aprimmo la scuola, appena aperta la porta ho sentito che era il posto giusto. Abbiamo cercato il nome: la faretra, la scopa e la corona... Poi mi venne in mente di cercare nel cielo, tra le costellazioni. Cassiopea è l'unica costellazione in cui le stelle sono ancora in formazione.

Lì sono arrivate Claudio Frisone e Valeria Baresi, due insegnanti con cui continuo a lavorare tutt'ora, e si sono formati attori e attrici che hanno fatto strada, come Clara Sancricca che insegna oggi a Cassiopea, Roberta Zanardo dei Santasangre, e Andrea Mochi Sismoni oggi in Teatrino Clandestino.

Le feste di Cassiopea

Organizzavamo delle feste a tema. Ad esempio nel 2000 ne organizzammo una in cui bisognava venire vestiti da un personaggio che aveva caratterizzato il secolo passato. Avevamo messo però alcune regole. I ragazzi dovevano portare un fiore ad ogni fanciulla. Niente doveva essere comprato, gli abiti erano cuciti da loro. La festa si svolgeva a lume di candela. E le musiche erano tutte da ballo tipo walzer o polka.

Poi ogni Natale ci scambiavano i regali nel corso di una festa apposita. Anche i regali non dovevano essere comprati, ma fatti a casa. Ognuno doveva fare un regalo a un altro. Ma non sceglieva a chi. Prima della festa veniva estratto a sorte per ogni allievo la persona a cui doveva fare il regalo. A quel punto era suo compito informarsi sui gusti di quella persona, provare a conoscerla. Erano inclusi tutti, allievi, bambini, docenti.

Voglio ricordare solo un episodio che mi ha dato la sensazione della forza che avevamo messo in atto. Un anno grazie a un'idea geniale che ebbe una nostra allieva, Alessia Romagnoli, che stava studiando la lingua dei segni, facemmo un corso per integrare sordi e udenti. Facevamo lezione di danza con lo stereo e la luce pulsante, in maniera che chi non sentiva la musica potesse andare a ritmo insieme con gli altri. C'era all'inizio un po' di timore, non sapevamo come comportarci reciprocamente. Poi ci fu la festa di Natale e tutti furono invitati. Non me l'aspettavo ma vennero anche loro. Sono arrivata e ho trovato un bambino immerso in una discussione con un sordo. Senza segni. Si sono fatti tutta una chiacchierata così come gli è venuto. Ebbi allora chiara la sensazione della forza della festa, dell'integrazione, di quel progetto. Far esplodere le coscienze, cambiare i destini delle persone.

Economicamente però non andava. Io ero stanca. Non avevo aiuti. Il Comune non ci dava nulla. Così nel 2003 chiudemmo, tra fiumi di lacrime. Qualcosa tuttavia mi suggerì di non chiudere giuridicamente l'associazione.

Il metodo

"Nell'anima non ho un capello bianco". Con questo spettacolo siamo stati in Germania, Francia, Gerusalemme, di fronte a persone che non conoscevano l'italiano. C'erano 8 persone vestite di nero, senza scene, senza storia, senza personaggi, senza niente che potesse aiutare le persone a capire di cosa stavamo parlando. Lo spettacolo era montato con la tecnica che stavamo sperimentando, le linee di energia. Che differenza c'è tra un attore bravo e uno meno bravo? Perché a parità di bravura uno fa succedere una cosa e l'altro no? Ci doveva essere qualcos'altro oltre alla tecnica e alla bravura. E così ci siamo messi con loro a cercare questo corpo eterico, questo corpo di energia che mentre sei sul palco esce da te, cammina, va verso la platea e tocca gli spettatori, li abbraccia, li accarezza, li colpisce.

E' su quella sperimentazione, che ha funzionato tantissimo, che siamo partiti. E che mi ha portato ad utilizzare i chakra nel mio metodo didattico.

Il cuore come possibilità culturale

Durante la maturità Michele mi scritturò per Assassinio nella cattedrale di Thomas Eliot. Quando arrivai alla maturità i miei libri erano intonsi perché ero sempre stata in sala prove. Ma all'esame di italiano portavo Pirandello e non smisi più di parlare. La commissione seppe vedere quella mia passione e passò sopra altre cose.

I miei libri a scuola erano intonsi, eppure la mia carriera scolastica è stata brillante. E' stato il cuore che mi ha dato la possibilità di crescere, mi ha aperto al mondo, alla curiosità, alla sete di sapere. Ho molto chiaro che la cultura inzia da lì. E non a caso dei sette chakra che ci appartengono il chakra del cuore è il quarto ed è quello che bilancia tutto. Se non funziona quello non funziona niente. E' quello che consente l'evoluzione. Ogni anno che passa è sempre più chiaro per me che il luogo del cuore è il luogo da cui comincia tutto. Cassiopea ha riaperto dal 2008 a Roma sulla base di questo metodo.

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